Avvicinati* | Alfredo Tagliavia

 

Avvicinati che ora ti passo il telefono, ti ci faccio parlare io, ma come caspita si dice “aspetti un attimo” in portoghese? Dio mio quanto è logorroico questo qui, tutti uguali i mercanti d’arte, in qualsiasi parte del mondo vai sono così, gentili e cerimoniosi all’apparenza, subdoli e fregoni nella sostanza, sembrano fatti con lo stampino, in serie. Ma tu che stai facendo, t’ho detto di avvicinarti, che hai paura? Devi solo parlare un attimo con questo qua, ti mangerà mica.

Non farti infinocchiare, mi raccomando, con le parole sono tutti bravi, sembra di stare in un film di Totò quando parli con uno di questi, sanno ammaliarti come cantanti di serenate alla luna piena, poi quando non lo aspetti, quando sei distratto, zac, ti assestano il colpo ad effetto, da veri paraventi. A proposito, ma cosa ti sta spiegando così a lungo, cosa ti dice, e parla un po’ anche tu, inserisciti, spiega chi sei, fai capire che vuoi, non hai ancora imparato a farlo alla tua età, o forse il tuo portoghese non è fluente come mi hanno detto all’università? E l’indirizzo mi raccomando, chiedi l’indirizzo della galleria d’arte, che me lo segno e chiamo subito il taxi.

Guarda com’è bello il lungomare, questa luce del primo mattino sembra scintillare, senti quanto è forte il sole, vedi quella ragazza che alta che è, e che contrasto che fa con il chiarore del sole, un chiaroscuro perfetto direi, ti piace eh? Lo sai, tutte le volte che passo per l’Avenida Boa Viagem mi ricordo un po’ di Genova, quando ero poco più che una bambina, i primi anni dopo la guerra : c’era ancora odore di fame e povertà ma io mi divertivo un mondo, andavo con le mie amiche sulle spiagge di sassi, rimanevamo là tutto il giorno, a volte veniva anche quel cantante, sì hai capito bene, proprio quello che poi ha fatto una brutta fine, allora era un ragazzino, pensa, si era innamorato di me, mi aveva anche dedicato una canzone. A quell’epoca non c’era tanto da fare, non era come adesso, bastava rincorrersi, giocare a chi tira il sassolino più lontano, giù in fondo al mare, si era felici con poco, c’era la stessa luce scintillante di qui, anche se il sole mediterraneo sorge molto più tardi, lo avrai notato anche tu. E guarda quei ragazzi che giocano a pallone, e il vecchietto che vende il cocco poco più in là, chissà mio fratello che bel quadro ci avrebbe fatto.

Ma lo hai capito bene questo indirizzo? Pare che non arriviamo mai, abbiamo superato la piazza di Marco Zero da una decina di minuti, se ho visto bene, e questi vicoletti stretti e malmessi, dicono siano pericolosi anche di giorno, si deve fare attenzione, e poi quest’aria condizionata comincia a darmi pure noia, puoi chiedere al tassista se l’abbassa un po’? Anzi digli di spegnerla proprio, che si degnasse di abbassare un po’ i finestrini, e che diamine, non può mica costringerci a stare al gelo o a non respirare proprio, esisterà anche una terza possibilità, o no? La verità è che bisogna insegnargli l’abc a questo qui : ma il rispetto per i più anziani, dico io, dov’è andato a finire? Ecco, finalmente abbiamo imboccato l’Avenida Boa Vista : guarda che brutti questi palazzoni, tutti scuri e mezzi ricurvi, che contrasto con il limpido e chiaro paesaggio popolare, non trovi? Dovrebbe essere una traversa di questa via, finalmente siamo arrivati, prepara gli spiccioli per il tassista che qui usa ancora così.

Ma quanto tempo ci fa aspettare il sedicente signor Rodrigo nonsocché, è già mezzora che siamo qui, e per giunta siamo arrivati in ritardo : in questo paese la concezione del tempo è tutta particolare, che impazienza, santa madonna. Forza, inventati qualcosa, rivolgiti alla segretaria, non stare immobile, ma che hai, ti spaventa il fatto che sia giovane e avvenente, non dovresti essere così intimidito all’età tua, di donne ne avrai viste già diverse in vita tua, o mi sbaglio? E cantagliene quattro su, dille che ci siamo scocciati di aspettare, come si dice “scocciato”, oppure usa un sinonimo, “rotto le scatole”, andrà benissimo lo stesso, sai come si dice rotto lo scatole? E sfodera un po’ del tuo buon portoghese, dai, che qua è passata un’ora e non si muove una foglia.

Comincia a far caldo qui dentro, mamma mia, quel vetro che filtra i raggi solari fa pensare di essere chiusi in un microonde, saranno appena le nove e mezza del mattino, forse nemmeno. Certo che è stretto qui, potevano farla un po’ più grande l’anticamera, ma qual è lo studio di questo signor Rodrigo? Ce ne sono almeno quattro o cinque che danno sul corridoio, tanto mica ci faranno entrare senza di lui. Ma insomma io parlo e parlo e sempre là impalato te ne stai, ma lo sai che a volte questo tuo atteggiamento è davvero insopportabile? Almeno dimmi cosa ha detto questa benedetta segretaria, o dimmi se le hai chiesto qualcosa, almeno.

Lo sapevo che ci avrebbe bidonato, lo avevo capito che era totalmente inaffidabile, come tutti questi trafficanti d’arte brasiliani, esuberanti e chiacchieroni, gentili e barocchi, sedicenti artisti o galleristi, in realtà fannulloni e imbroglioni della peggior specie. E poi, mi spiace dirtelo ancora una volta, non sei proprio in grado di farti rispettare, con questa espressione da pulcino spennacchiato, fatti crescere un po’ di barba almeno, che so, assumi un’apparenza più maschile, più professionale, capisco fa caldo, ma una giacca come dio comanda la potresti anche metter su qualche volta, ma che sono tutte queste grinze? E poi devi imparare a importi, fissa gli appuntamenti e quelli siano, sennò qui ci danno attenzione l’anno del mai e il giorno del poi. Ecco che arriva il taxi, dammi una mano a salire.

Vedi come funziona qua, il sedicente Rodrigo ci dà buca e noi che si fa? Diciotto reais all’andata, diciotto reais al ritorno, tutti a vuoto, glieli farei ripagare fino all’ultimo centesimo, quant’è vero iddio. Sì lo so, il tizio ti ha detto che passa direttamente in hotel più tardi, ma secondo me è una scusa, una baggianata anche questa, solo un modo per rimandare e rimandare ancora. Ma guarda un po’ questo cialtrone, è lui che si è rubato i quadri di mio fratello più di trent’anni fa, ci metterei la mano sul fuoco, successe a Roma alla fine degli anni Settanta, io c’ero e ne ho le prove. Sì hai capito bene, anni Settanta, e pensa che mio fratello è andato in cielo da più di vent’anni, che il signore l’abbia in gloria, ma non lo mollo l’osso, resto qui finché non mi riporta tutti i quadri, uno per uno, quel dannatissimo fellone e quaquaraquà, cribbio, mica sono stupida io, mica mi sono fatta dodici ore d’aereo per tornarmene a casa a mani vuote. E poi quei quadri, me lo disse anche un amico critico d’arte, oggi avrebbero un valore inestimabile, specialmente i paesaggi a tema brasiliano.

Voglio richiamarlo sul cellulare quel tipo, è stato troppo maleducato questo Rodrigo nonsocché, ora lo richiamo, e mi deve stare proprio a sentire, come minimo gliene canto quattro. Oh signore mio, c’è la solita vocina, mi sta dicendo che ho finito il credito, o almeno credo, aspetta però, ho un’altra scheda, è quella che mi hai comprato ieri sera, guarda un po’ se questa va bene, io non ci capisco un tubo con quelle in italiano, figurati con quelle in portoghese, dai sbrigati, così lo richiamo subito, gliene canto quattro a questo fellone, glielo dico pure in italiano, tanto a buon intenditor poche parole, lui sa perché lo sto chiamando, è tutt’altro che tonto questo ladruncolo d’arte mascherato da intellettuale. Ehi, ma hai fatto, quanto ci metti? Sei sempre così lento tu.

Questo viadotto è pericoloso, guarda come vanno veloci qui : gli automobilisti guidano come pazzi, gli autisti degli autobus corrono e sbandano, così tanto che credo non abbiano capito di trasportare genere umano, pensano sia un carico di bestiame quello che hanno dentro la vettura, inutile chiedere di rallentare. Menomale che è quasi finito, già si rivedono i grattacieli di Boa Viagem in lontananza, ehi aspetta aspetta, dì subito al tassista di fermarsi, diglielo ora, immediatamente. Guarda quei quattro meninos de rua, poverini, come sono mal vestiti e mal ridotti, se ne stanno sdraiati lì, sulla parte più desolata del lungomare come piccoli animaletti, sotto i portici del centro commerciale, mi fanno una pena che mi vengono quasi le lacrime agli occhi, e nel borsello quanti spiccioli mi sono rimasti, sono un’infinità, dai aiutami a contarli, un real e due reais e tre reais, ah mannaggia, per il quarto non ho nulla, e come facciamo ora, a te avanza qualche spicciolo? No aspetta, guarda qui, venticinque e venticinque e venticinque e venticinque, venticinque centesimi per quattro non fanno un altro real? Allora prendi, se la matematica non è un’opinione, uno e due e tre e quattro, scendi dalla macchina e vai a darglieli, digli che glieli manda una simpatica nonnetta dall’Italia, il quarto real tienilo nell’altra mano, che se no ti perdi gli spiccetti, sbrigati eh, fai veloce che dobbiamo tornare in hotel. Questo tassista poi pare che stia strepitando, soltanto perché gli ho chiesto di fermare il tassametro si è contrariato, ma guarda un po’ che maniere, che taccagno e  screanzato.

Ma insomma, questo telefono è proprio isolato? Non si riesce a fare una telefonata, a prendere una linea come dio comanda, e che cavolo, in questo paese le linee sembrano finte, fatte coi fili dell’uncinetto di mia madre, ci capisci qualcosa tu? E diglielo all’albergatore invece di stare qua impalato, quello ci chiede un occhio della testa ogni notte, tra il quartiere residenziale e la colazione in camera e la vista mare, e nel suo hotel nemmeno prende il telefono, cristo santo, mi viene il nervoso solo a pensarci, quell’imbroglione intanto starà gongolando nel suo studio, i quadri di mio fratello ancora tra le mani sudice, felice di averla fatta franca un’altra volta, che schifo, che obbrobrio, non ce la faccio neanche a pensarci, mi viene il rigetto, mannaggia a lui e al giorno che venne a Roma, era la fine del Settantanove forse, o del Settantotto, adesso non mi ricordo più, ma mi ricordo bene che quel mascalzone si è approfittato della purezza di mio fratello, della sua ingenuità d’artista. Ma che sto a dire queste cose a te, cosa puoi capirne tu, avrai un terzo dei miei anni o poco più, e persone come mio fratello nel nostro beneamato paese non ne nascono più da mezzo secolo, almeno.

E ora che altro succede, oddio, pure questa ci mancava, mi si è bloccata la trazione anteriore, solo indietro riesco ad andare, ma io devo andare avanti, non voglio mica fare il gamberetto, e muoviti sedia maledetta, ho anche un bisogno urgente. Niente da fare, spingimi tu, dai che non riesco proprio più a muovermi, mi sono bloccata, devo andare pure alla toilette, quella delle donne è la seconda porta a destra, qui dopo il corridoio. Spingi veloce che ho urgenza, sono anche stanca, ho preso le pillole per dormire qualche ora fa, mi ero troppo innervosita, sento che stanno facendo effetto, fanno sempre così, per un po’ è come se non le avessi prese, poi all’improvviso mi fanno addormentare di sasso. Magari tu rimani qui vicino, non dare troppo nell’occhio, sono vecchia sì, ma è pur sempre il bagno delle donne, dovessimo scandalizzare qualche signora perbene, rimani qui dietro la porta, se non dovessi uscire entro cinque minuti entra, tirami fuori, non aver vergogna come al solito, se non esco vuol dire soltanto che mi sono addormentata, mica che sono morta, ma mi raccomando, ricordati, tirami fuori, con delicatezza però, non voglio essere svegliata per nessun motivo, intesi? Ora entro dentro, tu rimani fermo così, fai vedere le mani, mettile fuori dalle tasche, lo sai che questa città è piena di maniaci e tipi strani, ci fosse qualche malpensante nei paraggi. Ecco, va bene, resta immobile così, fai solo un altro passettino in avanti, avvicinati.  

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* Testo inviato dall’autore per essere pubblicato sul blog di Patricia Tenorio. Texto enviado pelo autor para ser publicado no blog de Patricia Tenório.

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